E’ una matematica vissuta, trasposta nella quotidianità, quella che Chiara Valerio racconta nel suo libro, edito Einaudi e presentato al Festival dell’Economia, “La matematica è politica”. «Ciò che mi ha spinto a scriverlo – racconta l’autrice e matematica – era il desiderio di protestare contro l’idea imperante che si ha di questa scienza come esatta. La verità è che, anche laddove non vi sia errore, tutto quello che la matematica postula può essere superato dal tempo e da nuove teorie. La verità matematica è quindi assoluta, ma solo in un determinato contesto». Un approccio, questo, che, per Linda Laura Sabbadini, direttore generale dell’Istat, chiamata a dialogare sul testo e sui suoi approcci, «vale anche per l’economia e, andando ancora oltre, per la politica. Paragonando matematica e democrazia, per esempio, potremmo dire che entrambe non sono verità assolute, ma tendono alla verità, minimizzando il margine d’errore esistente. Ma ancora, che più che il calcolo, ad essere fondamentale è la logica alla loro base, le regole che le fondano.
Regole che – sia chiaro – devono essere sempre riviste e ri-basate alla luce delle trasformazioni del mondo, non nel senso di metterle in discussione, ma di far fare loro un costante balzo in avanti, un costante processo di miglioramento». Per dirlo con le parole della Valeri, che si auto proclama anarchica per natura: «La matematica ci insegna che possiamo essere insofferenti all’autorità ma non alle regole, perché le regole possono essere contrattate, non si subiscono». La matematica vissuta e trasposta nella quotidianità, del resto, per l’autrice, «è quella scienza che è nella vita, nell’arte, nella natura, che insegna determinati processi (così come fa anche la grammatica) e modelli di comportamento e di responsabilità, con ripercussioni nella società».
Ecco perché, per la Sabbadini, diventa fondamentale un corretto insegnamento della matematica ai ragazzi: «Siamo uno dei Paesi con più problemi legati a questa materia e a questa scienza. Pensiamo sia accettabile non capire la matematica. Molto più, ad esempio, che non capire la "Divina Commedia". Ciò che si deve fare, allora, è mutare il modo in cui la si comunica, la si trasmette, svincolandosi dallo stereotipo del “non sono portato”, allontanandosi dall’insegnamento dogmatico a memoria per una via fatta di logica, intuizione, creatività: alla matematica ci si deve appassionare giocando e sperimentando».
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